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Sequestro TFR coniuge separato, cosa si intende

Quando due coniugi decidono di interrompere il rapporto che li lega, procedono in prima istanza alla separazione; quest’ultima può essere personale, consensuale o giudiziaria. Nei primi due casi, le parti raggiungono un accordo circa le modalità di estinzione del vincolo coniugale e la gestione delle conseguenti incombenze formali e burocratiche; nell’ultimo caso, invece, la separazione viene decisa dall’autorità giudiziaria, chiamata a dirimere le questioni salienti connesse allo scioglimento del vincolo coniugale. Tra queste figura quasi sempre il mantenimento, ossia il contributo che il coniuge economicamente più stabile (sul quale spesso ricade anche l’addebito della separazione) deve corrispondere alla controparte per assicurargli un tenore di vita equiparabile a quello esistente prima della separazione. L’importo dell’assegno viene quantificato dal giudice, sulla base dell’esame di riscontri oggettivi inerenti ad entrambi i coniugi, e può essere modificato se le condizioni che hanno determinato la prima stima dovessero cambiare. Una delle eventualità che può comportare la revisione dell’importo è la perdita del lavoro da parte del coniuge sul quale ricade l’obbligo di versare il mantenimento; di seguito, vediamo cosa accade quando questi può contare di nuovo su una fonte di reddito derivante da una riassunzione ‘in nero’.

Quando avviene il sequestro del TFR

Il sequestro del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) può concretizzarsi nel caso in cui il coniuge che deve versare il mantenimento risulti inadempiente; ciò è possibile sulla base di quanto stabilito dall’articolo 8 (modificato) della legge n. 898 del 1° dicembre 1970 – la versione aggiornata è entrata in vigore nel 1987 – ovvero: “Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6”. Al coniuge creditore non può essere però riconosciuto un importo superiore “la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori”. Pertanto, il sequestro del TFR può essere disposto dal giudice quando il coniuge che deve versare il mantenimento smetta di farlo; inoltre, le norme in vigore rappresentano uno strumento di tutela per la parte creditrice in quanto contrasta la possibilità che la controparte si faccia licenziare e poi riassumere in nero per non essere più costretta a riconoscere il contributo all’ex coniuge.

Quali sono le conseguenze

La procedura per richiedere il sequestro del TFR accantonato è molto semplice, in quanto il coniuge che vanta il credito non deve avvalersi dell’intercessione dell’autorità giudiziaria. Il primo step consiste nell’invio di una lettera di diffida all’ex coniuge inadempiente; se quest’ultimo, entro e non oltre trenta giorni, non replica né corrisponde gli importi dovuti, il coniuge che vanta i crediti può richiedere la somma spettante direttamente il datore di lavoro senza dare alcuna comunicazione all’ex coniuge. Come dispone l’articolo 156 del Codice civile, “in caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto”.

Le conseguenze del sequestro TFR del coniuge si ripercuotono su entrambe le parti; il soggetto creditore recupera gli importi dovuti per il mantenimento mentre la controparte estingue il debito che era obbligato a pagare, vedendo però ridotti gli introiti a propria disposizione. Va sottolineato che se l’ex datore di lavoro del coniuge sul quale ricade l’obbligo di versare il mantenimento non procede all’erogazione degli importi, la controparte creditrice può avviare una procedura di pignoramento e inoltrare una denuncia a carico dell’ex coniuge inadempiente.

Come indagare nei casi di riassunzione in nero

Il coniuge che richieda la revisione dell’assegno di mantenimento può avere interesse ad accertare le motivazioni della controparte, così da poter tutelare i propri diritti al cospetto dell’autorità giudiziaria. Per questo, nel caso in cui lo ritenga opportuno, la parte interessata può commissionare delle apposite indagini a carico dell’ex coniuge rivolgendosi ad un’agenzia di investigazioni privata specializzata in indagini familiari e matrimoniali. Il mandato può essere conferito in prima persona ma, nella maggior parte dei casi, il mandante delega un legale rappresentante per espletare questa formalità; dopo i contatti iniziali, il committente dell’intervento e l’agenzia concordano i termini e gli obiettivi della procedura investigativa, attraverso il conferimento di un mandato.

Completata la fase ‘burocratica’, gli agenti possono procedere ad avviare le indagini vere e proprie. Queste ultime prendono le mosse dall’acquisizione di tutte le informazioni disponibili circa il soggetto da sottoporre alle verifiche. Anzitutto, gli investigatori assumono i dati anagrafici, la residenza e tutte le informazioni relative allo stato patrimoniale e finanziario del proprio ‘target’. Ciò permette di delineare un profilo personale e professionale sul quale basare le indagini; dopo di che, tali informazioni vengono passate al vaglio per poter essere verificate: l’obiettivo è individuare eventuali discrepanze o incongruenze. Gli agenti eseguono controlli incrociati con gli archivi pubblici (anagrafe, camera di commercio e simili) ed effettuano una raccolta di informazioni anche in ambito finanziario, così da rintracciare – eventualmente – fonti di reddito non dichiarate in precedenza. Successivamente, gli agenti mettono in pratica una procedura di osservazione, che può essere dinamica (pedinamento) o statica (appostamento); ciò consente loro di acquisire materiale fotografico e video in grado di comprovare la condotta del soggetto sottoposto ad indagine entro un dato lasso di tempo e nel contesto di un luogo specifico. Anche questo può aiutare ad accertare lo svolgimento di un’attività lavorativa in nero o la presenza di una fonte di reddito non dichiarata. Quando gli agenti ritengono di aver terminato il proprio intervento, stilano una relazione investigativa all’interno della quale illustrano il lavoro svolto ed evidenziano i risultati ottenuti. La relazione è un documento che viene consegnato al mandante delle indagini e, nell’ambito di un procedimento giudiziario, può assumere valore probatorio.

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