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Il lavoro nero comporta la perdita dell’assegno di mantenimento?

Nell’ambito di una separazione coniugale, la determinazione dell’assegno di mantenimento rappresenta in molto casi una questione difficile da risolvere; in generale, infatti, il contributo può essere quantificato in prima persona dagli ex coniugi oppure, qualora la separazione sia stata giudiziale e non consensuale, dall’autorità giudiziaria. In frangenti del genere, il giudice è chiamato a valutare tutti gli elementi a propria disposizione – relativi alla situazione finanziaria e patrimoniale delle parti – per stabilire a quale coniuge spetti il mantenimento (a meno che non vi sia l’addebito di separazione a carico di una delle parti). In linea di principio, il contributo va assegnato alla parte economicamente più debole, secondo l’assunto per cui, dal momento che la separazione non interrompe gli effetti del vincolo coniugale e non fa decadere alcuni degli obblighi relativi, l’ex coniuge deve assicurare all’altro il medesimo tenore di vita. Tra i fattori che vengono presi maggiormente in considerazione vi è il reddito maturato dalla controparte (o la capacità di svolgere una prestazione lavorativa e maturare un reddito in prima persona); ciò, ovviamente, include anche il lavoro in nero, che rappresenta un’eventualità piuttosto probabile. Di seguito, vedremo come incide lo svolgimento di un’attività lavorativa di questo tipo da parte di un coniuge nella determinazione dell’assegno di mantenimento.

Il lavoro nero comporta la perdita dell’assegno?

Affermare, con assoluta certezza, che vi sia un nesso di causalità ben definito tra lavoro nero e perdita dell’assegno di mantenimento non è possibile. Questo perché ogni caso di specie ha le proprie peculiarità in base alle quali l’autorità giudiziaria è chiamata a pronunciarsi, in maniera congruente con gli elementi a propria disposizione. In aggiunta, va tenuto in considerazione un altro aspetto: il reddito derivante da lavoro nero è difficilmente quantificabile (qualora possa essere effettivamente dimostrato) e, pertanto, pur potendo incidere sul processo di determinazione dell’assegno di mantenimento non è detto che abbia un’incidenza tale da far decadere il diritto del coniuge al percepimento del contributo. Lo scenario più plausibile, in tal senso, consiste in una revisione degli importi da parte dell’autorità giudiziaria qualora la parte chiamata a versare il contributo riesca a dimostrare che la controparte possa disporre di introiti superiori a quanto dichiarato in precedenza.

Va anche sottolineato come i riferimenti normativi non affrontino la questione in maniera chiara e diretta; pertanto, è necessario far leva sulla giurisprudenza esistente in materia. A tal proposito, è possibile citare l’Ordinanza n. 5603 emessa dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione il 28 febbraio 2020; la Corte si è espressa in merito ad una sentenza emessa dal Tribuna di Appello di Venezia nel 2015 inerente ad una separazione coniugale: i giudici avevano addebitato al marito (impiegato regolarmente come autista) il versamento di un contributo di mantenimento di 300 euro a favore dell’ex coniuge (una donna che lavorava in nero in un salone di bellezza). Nell’Ordinanza, la Cassazione ha sostanzialmente giudicato come illegittima la decisione del Tribunale in quanto la decisione del giudice non si fondava su “un’effettiva valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, mancando qualsiasi accertamento, a fronte dell’indicazione del reddito (Euro 1.850,00 mensili) percepito dal marito, in ordine all’effettivo guadagno che la P. realizza con l’attività svolta, che comunque – in quanto in concreto accertata evidenzia una capacità lavorativa e reddituale della medesima”. In aggiunta, hanno osservato i giudici della Cassazione, è mancata “la valutazione in ordine al contributo dato dal coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale dell’ex coniuge, in relazione alla durata del matrimonio”. In sintesi, la Cassazione ha stabilito che, in assenza di una valutazione oggettiva della situazione lavorativa, economica e patrimoniale chiara di entrambe le parti in causa, la quantificazione dell’assegno di mantenimento può essere quantomeno soggetta a revisione da parte dell’autorità giudiziaria.

Come si può dimostrare che l’ex lavora in nero

Sulla base di quanto sottolineato finora, appare evidente che il coniuge sul quale ricade l’addebito – per tutelare la propria posizione – possa aver bisogno di dimostrare come la controparte percepisca redditi non dichiarati o abbia fonti di introito “in nero”. Per fare ciò, è possibile rivolgersi ad un’agenzia di investigazioni privata specializzata in indagini familiari. I riscontri ottenuti per mezzo di una procedura investigativa, infatti, possono assumere valore probatorio nell’ambito di un procedimento giudiziario; in considerazione di ciò e del cosiddetto “onere della prova” (disciplinato dall’articolo 2697 del Codice civile), le prove ottenute per mezzo di apposite procedure investigative rappresentano un elemento importante per permettere al coniuge di far valere le proprie ragioni.

Il mandato di indagine può essere conferito anche in prima persona ma la prassi più comune prevede che sia un legale rappresentante a farsi carico di questa incombenza. La prima fase della procedura investigativa, dopo la stipula di un accordo, consiste nell’acquisizione, da parte degli agenti incaricati, delle informazioni riguardanti il target delle indagini (estremi di identificazione, luoghi di abituale frequentazione e simili), così da permettere agli investigatori di ricostruire un profilo personale del proprio target. Successivamente, gli agenti implementano apposite procedure di supervisione, sia attiva (pedinamento) che passiva (appostamento) grazie alle quali sono in grado di acquisire materiale fotografico e video atto a comprovare la condotta del soggetto indagato in un determinato contesto di tempo e luogo. In tal modo, gli investigatori possono attestare in maniera inconfutabile se il comportamento del coniuge supervisionato sia congruente o meno con quanto da questi dichiarato. L’iter investigativo può essere integrato da altri interventi, come ad esempio verifiche personali presso soggetti venuti in contatto con il target delle indagini entro un dato lasso di tempo (in genere la finestra che va dalla formalizzazione della separazione all’avvio del procedimento giudiziario). Al termine delle indagini, gli agenti incaricati stilano una relazione investigativa, nella quale illustrano il lavoro svolto e mettono in evidenza i riscontri con esso ottenuti. Il fascicolo investigativo, come detto, può avere valore probatorio, al pari della testimonianza diretta degli investigatori. Grazie ad elementi di questo tipo, il coniuge sul quale grava l’addebito di separazione può presentare ricorso per ottenere il ricalcolo dell’assegno di mantenimento.

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