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Come difendere i giovani dal gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo è un’attività a carattere ludico e ricreativo ampiamente diffusa che è possibile svolgere in varie forme ed attraverso vari canali; nelle modalità regolamentate dal diritto penale, ed in particolare dalla legge 6 ottobre 1995, n. 425, esso consente di realizzare “vincite puramente aleatorie di un qualsiasi premio in denaro o in natura che concretizzi lucro”. In Italia, la gestione e la supervisione delle attività che forniscono servizi connessi alle scommesse oppure possiedono dispositivi elettronici atti a consentire forme di gioco d’azzardo (slot machine, video poker e simili) è appannaggio dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato. Tale supervisione si è resa necessaria non solo per regolamentare il volume d’affari generato da questo genere di attività ma anche per tutelare l’utenza, in particolar modo quella più giovane rappresentata talvolta anche da soggetti che non hanno raggiunto la maggiore età. Di seguito, vediamo quando il connubio tra giovani e gioco d’azzardo va monitorato (e in che modo) al fine da evitare lo sviluppo di un comportamento patologico.

Cos’è il gioco d’azzardo patologico

In linea generale, si parla di gioco d’azzardo in relazione a qualsiasi pratica ludica che implichi la scommessa di un bene personale (quasi sempre una somma in denaro contante) circa l’esito di un evento; si tratta, in molti casi, di eventi sportivi oppure di giochi il cui esito non è determinabile razionalmente e presenta, pertanto, una componente di incertezza ed imprevedibilità.

Il gioco d’azzardo è una pratica legittima, nel rispetto delle disposizioni fissate dalle normative vigenti in materia. Scommesse e simili sono permesse solo agli individui che abbiano più di 18 anni e solo per mezzo di canali autorizzati ad erogare servizi di questo tipo. Purtroppo, nonostante le regolamentazioni, spesso il gioco d’azzardo può avere conseguenze deleterie, trasformandosi in un comportamento patologico che prende il nome di disturbo da gioco d’azzardo (talvolta indicato anche impropriamente come “ludopatia”, un termine generico che identifica una dipendenza dal gioco, non necessariamente d’azzardo) o gioco d’azzardo patologico (G.A.P.). Un giocatore d’azzardo affetto da questo disturbo, che alcuni identificano anche come “azzardopatia”, è un soggetto che manifesta un comportamento compulsivo che, a partire dal 2013, viene incluso nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM).

Il disturbo da gioco d’azzardo si manifesta in una progressiva perdita di controllo, da parte del giocatore, rispetto all’impulso di giocare; ciò comporta un aumento della frequenza delle giocate. Quest’ultimo rappresenta l’effetto più evidente ma non l’unico del G.A.P.; quando il soggetto è sempre più assorbito dalla propria ludopatia compulsiva, finisce inevitabilmente per trascurare gli impegni personali e professionali, con ripercussioni negative sui rapporti familiari ed interpersonali, oltre che su quelli lavorativi. Infine, non va sottovalutato l’aspetto economico del gioco d’azzardo compulsivo: il giocatore, spesso vittima di distorsioni cognitive (in particolare nei confronti delle possibilità di vittoria), è portato compulsivamente a scommettere somme al di là della sua reale disponibilità.

Il gioco d’azzardo è un problema anche per i giovani

Il gioco d’azzardo può rappresentare un problema anche per i più giovani e non soltanto per gli adulti; spinti dallo spirito di emulazione, i ragazzi – compresi i minori – tendono ad avvicinarsi al mondo delle scommesse sportive o del gioco d’azzardo e, in determinati contesti, rischiano seriamente di sviluppare una dipendenza dal gioco che è equiparabile, a tutti gli effetti, ad altre forme di dipendenza patologica. È per questo che il decreto-legge n. 158 del 2012 ha introdotto il divieto di diffondere “messaggi pubblicitari concernenti il gioco con vincite in denaro nel corso di trasmissioni televisive o radiofoniche e di rappresentazioni teatrali o cinematografiche rivolte prevalentemente ai giovani”. Lo stesso dispositivo ha introdotto anche l’obbligo di riportare “formule di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica di giochi con vincite in denaro, nonché le relative probabilità di vincita”. Il decreto prevede, infine, che le autorità preposte dispongano “su base annuale almeno cinquemila controlli, specificamente destinati al contrasto del gioco minorile”.

Misure di questo tipo si sono rese necessarie dal momento che l’età media dei giocatori ha cominciato a calare, fino ad includere anche soggetti minorenni. Naturalmente, il solo controllo delle autorità non basta; un ruolo di primo piano spetta ai genitori e, più in generale, alla famiglia: determinati comportamenti non vanno sottovalutati, in quanto possono essere sintomatici di un disagio collegabile al gioco d’azzardo compulsivo. Un costante monitoraggio da parte delle figure genitoriali è importante, perché il G.A.P. logora i rapporti interpersonali, le capacità cognitive e può avere effetti deleteri su ogni aspetto della vita di un giovane.

Come difendere i propri figli

Alla luce di quanto sottolineato sin qui, sui genitori gravano le maggiori responsabilità. Tocca a loro stabilire un rapporto e, al contempo, cercare di tenere i figli sotto controllo senza invaderne la privacy o essere troppo invadenti. Molto importanti sono anche l’esempio e l’educazione, cercando di sottolineare gli aspetti potenzialmente distruttivi del gioco d’azzardo anziché quelli fintamente lusinghieri (specie il guadagno facile). Qualora vi siano timori che ciò non possa bastare, per via di fattori esterni (come ad esempio nuove frequentazioni), è possibile ricorrere ad un metodo di controllo più stringente; i genitori che temono che i propri figli possano sviluppare una dipendenza da gioco d’azzardo possono interpellare un’agenzia di investigazione privata per commissionare apposite indagini familiari sui propri figli.

Dopo aver acquisito le informazioni più significative per l’identificazione del soggetto delle indagini e la creazione di un profilo personale, data anche la natura del ‘target’, la principale procedura investigativa a disposizione degli agenti incaricati è quella della supervisione, che può essere attiva (pedinamento) o passiva (appostamento); in entrambi i casi, l’obiettivo è quello di poter comprovare, in maniera inconfutabile, la condotta della persona indagata, annotando gli spostamenti e le frequentazioni, anche per mezzo dell’acquisizione di materiale fotografico e video. In tal modo, gli agenti possono dimostrare la presenza del target delle indagini in un determinato contesto di tempo e luogo. L’iter investigativo può includere anche una ulteriore raccolta di informazioni presso docenti, conoscenti e simili; alla fine, gli investigatori stilano una relazione investigativa in cui sono illustrati il lavoro svolto ed i riscontri ottenuti.

 

 

 

 

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